
Il Grande Tori che conduce al santuario shintoista di Meji-Shriu (Tokyo, 2003)
29 dicembre 2002 – Verso il Sol Levante
F: Partiamo da FCO intorno alle 13:30 con uno dei nuovissimi B777 dell’Alitalia. Il viaggio sarà lungo (12 ore), ma grazie ai sistemi di intrattenimento a bordo passerà abbastanza velocemente: ogni postazione è dotata un monitor e di un telecomando/tastiera. Ogni passeggero è libero di scegliere tra una quantità incredibile (almeno rispetto agli altri voli) di film, documentari, video musicali, musica di ogni genere e videogiochi.
S: Io riesco a mandare subito nel pallone due computer cercando ostinatamente di far funzionare un videogioco per cui non posso né vedere film, né documentari, né ascoltare musica, insomma, non mi posso intrattenere in alcun modo. AAARGH! Mi consolo leggendo Memorie di una Geisha che ho comprato all’aeroporto e che mi sembra una lettura adatta. Infatti trascorro il tempo in modo piacevole.
F: Durante il viaggio sorvoliamo posti che credevo esistessero solo nell’immaginario geografico: gli Urali, Novosibirsk, Ulaan Bator, il Mar Giallo. Finalmente, verso le 9:30 del mattino (ora locale) arriviamo all’aeroporto di Tokyo marita (ci sono +8 ore di fuso orario di differenza).
30 dicembre 2002 – Tokyo
F: L’aeroporto di Narita è, come mi aspettavo, silenziosissimo e ordinatissimo. In un’aria ovattata passiamo la dogana e il ritiro bagagli e arriviamo presso il Tourist Information Point. L’albergo presso cui abbiamo prenotato la prima notte non ha ulteriori disponibilità. Prenotiamo quindi un secondo albergo, che per fortuna è vicino al primo, presso cui ci fermeremo fino al 4. Siamo stanchissimi.
S: Per noi è notte fonda…
F: Ma prima di arrivare a Tokyo città manca ancora un’ora e mezza di treno…
S: Sul treno abbiamo delle facce terribili e l’aria di chi sta per addormentarsi, ma questo ci fa scopriamo da subito la gentilezza dei giapponesi: il signore seduto vicino a Federico lancia occhiate preoccupate alla cartina che giace abbandonata sulle gambe di Fede e contemporaneamente guarda il tabellone con le fermate mancanti cercando di scoprire dove dobbiamo scendere, evidentemente per aiutarci a scendere alla fermata giusta, tutto questo nella massima discrezione, ma al tempo steso in modo molto partecipato. Non lo scorderò mai
F: Scendiamo a Nihonbashi e da lì con un quarto d’ora a piedi e con l’aiuto di gentili passanti…
S: …chiunque interpelli, pure se non capisce una parola di inglese, cerca in ogni modo di aiutarti…

Passeggiando per Tokyo, cercando il nostro albergo
F: …arriviamo finalmente all’albergo. Questo fatto di camminare per Tokyo ci sembra davvero strano. L’albergo è molto grazioso, con un ingresso caratteristico (laghetto artificiale, sassi e lanternina), ma la nostra stanza è davvero piccolissima! Meno male che ci fermeremo qui solo una notte.
S: Fiuuuu!
F: Non c’è neanche l’armadio.
S: Beh, o lui o noi…
F: Dormiamo tre ore per recuperare un po’ di energia e poi andiamo a fare una piccola passeggiata nei dintorni. Siamo in quello che può essere considerato il centro di Tokyo (sebbene Tokyio non abbia un vero e proprio centro), tra i distretti di Ginza…
S: …tempio dello shopping, c’è scritto sulla guida…
F: …e Asakusa. Siamo di nuovo colpiti dal silenzio, nonostante le strade siano affollate di persone a piedi, biciclette e automobili. I palazzi moderni si uniscono senza troppo stridore agli elementi architettonici più classici. C’è ad esempio un ponte stile impero sorvolato da un futuristico viadotto, senza che il contrasto sia fastidioso.

Ponti moderni e ponti antichi si incrociano (Tokyo, 2002)
S: Sotto le arcate vediamo alcuni senza tetto, ma non si era detto che in Giappone non ce n’erano? Che tristezza…
F: Innanzitutto si capisce come mai i giapponesi in Italia non fanno altro che scattare foto: anche noi, italiani n Giappone, ora non facciamo altro che scattare foto alle cose più normali. Le nostre città sono così diverse che anche l’ingresso di un palazzo merita una fotografia!.
Ci è stato sufficiente un giro al primo supermercato incontrato per divertirci e stupirci di fronte alla varietà di cibi e alla cura delle confezioni.
S: E che dire delle macchinette distributrici messe sui marciapiedi e che sono perfettamente funzionanti e non scritte o rotte??? È inutile. Noi siamo un popolo incivile!
F: Incrociamo un incredibile flusso di persone regolato da agenti attrezzatissimi con segnali luminosi intermittenti, corde e megafoni. I giapponesi sembrano felicissimi di incolonnare e farsi incolonnare.
S: Tanto quanto noi italiani non ci proviamo neanche a metterci in fila.
F: Ormai sono una massa enorme che però non dà l’idea di caos. Ma dove stanno andando??
S: E cosa sono tutte quelle luminarie messe a cavallo della strada??

Tokyo Millenarium
F: Al Tokyo Millenario scopriremo poi: senza saperlo siamo capitati nelle celebrazioni per il millenario della fondazione della città! Così ci incolonniamo pure noi. La strada è davvero bellissima. Tutti fanno le foto con apparecchi fantascientifici! Ceniamo in un ristorante dalle parti della Tokio Station: zuppa di carne, zuppa di pesce, polpette di pesce. È pieno di ragazzi dell’età nostra che ridono e bevono come diciottenni.
S: E ordinano piatti esotici: spaghetti al sugo!
F: Ci sembra di essere gli unici occidentali in giro. Rientro in hotel.

Federico all'ingresso del Sumisho Hotel (Tokyo, 2002)
31 dicembre 2002 – Tokyo
F: Cambio di hotel: dal Sumisho al Gimmond (e ci sembra subito migliore). Anche stavolta la nostra stanza è piuttosto piccola, ma almeno ha un armadio (piccolo).
S: Siamo stati tentati se prenotare in un riokan, un albergo tradizionale con i futon e le porte scorrevoli, la stanza da bagno in comune dove andare vestiti colla vestaglia tradizionale bianca e blu… ma non ne abbiamo avuto il coraggio.
F: Dopo una colazione in caffetteria ci dirigiamo verso Asakusa. Già la stazione della metro è un’esperienza: sembra di essere in quei film loschi di avventure girati nei vicoli di Shanghai. Solo che qui è tutto vero. Bancarelle, locande con lanterne come insegna, negozi con massaggiatori e tatuatori.

Serena si aggira per la stazione della metro (Tokyo, 2002)

La pagoda a cinque stadi del Senso-Ji (Tokyo, 2002)
Monaci shintoisti chiedono l’elemosina.
Arriviamo al meraviglioso complesso del Senso-ji Temple, il tempio buddista più importante di Tokyo.
È la prima volta che sia io che Serena entriamo in un luogo del genere.
S: La prima cosa che capiamo è che un tempio buddista non è composto da un solo edificio, ma da molti templi di diversa grandezza. Il più grande è al centro. In ognuno si entra scavalcando una soglia alta, a volte si entra scalzi. Davanti all’ingresso c’è una grande vasca chiusa da una griglia dentro la quale i fedeli gettano monete in continuazione. Il tintinnio è continuo. Inoltre il fedele tira una corda alla cui fine è attaccata una campana per “avvisare” il dio di essere arrivato. I fedeli si inchinano tre volte davanti alle statue.

Fedeli di fronte alla statua del Buddha (Senso-ji Temple, Tokyo, 2002)
F: Le grandi statue del dio del tuono e del vento aprono la strada verso il tempio. Tutta la zona pullula di piccoli altari, statue del Buddha, bracieri in cui arde costantemente l’incenso, fontane con mestoli per la purificazione delle mani. Sulla sinistra spicca una pagoda a cinque piani.

Asakusa (Tokyo, 2002)
Dietro al tempio c’è invece il santuario shintoista di Asakusa.

Serena nel santuario shintoista di Meji-Shriu (Tokyo, 2002)
Ci spostiamo quindi verso un altro santuario scintoista, il Meji-Shriu, considerato giustamente uno dei più suggestivi di Tokyo. Passiamo sotto il grande Torii, il portale di legno attraverso il quale si arriva al santuario.
Un grande parco separa questo luogo spirituale da una delle zone più caotiche di Tokyo: Shibuya. La visitiamo cominciando dalla via Takeshita che ricorda un po’ Carnaby Street, piena di negozi per i giovani, abbigliamento punk, empori economici, fast food. Qui mangiamo una ciotola bollente di ramen (tagliolini in brodo) in realtà non molto eccezionale.

Takeshita (Tokyo, 2002)
Poi proseguiamo per Meji-Dori, altra grande via commerciale. Agli angoli di alcuni incroci, sui palazzi più alti, sono montati dei megaschermi a colori con tanto di audio che trasmettono pubblicità in continuazione.
Verso le 5 e mezza torniamo in albergo. Non è facile orientarsi in questa città dove solo le vie principali hanno un nome, mentre quelle secondarie sono anonime e vengono riconosciute solo grazie a punti di riferimento. Per fortuna che a Tokyo è sufficiente stare con una cartina in mano e l’aria perplessa per far sì che il giapponese più vicino scatti immediatamente ad aiutarti senza che tu abbia dovuto chiedere nulla. Anzi, capita addirittura che si offrano di accompagnarti allontanandosi dalla loro direzione. Per la cena dell’ultimo dell’anno (cioè stasera) decidiamo di provare il ristorante dell’albergo (senza troppa convinzione) e di uscire poi per la cerimonia buddista di mezzanotte e vedere la folla festante intorno alla Tokyo Tower.
Il ristorante dell’albergo si rivela una bella sorpresa. Siamo gli unici clienti stasera (tutti gli altri saranno già invischiati in qualche veglione nipponico) e siamo serviti da camerieri distintissimi. Scegliamo due dei menù completi della carta. Serena mangerà: antipasto di cozze, ostriche al vapore avvolte in una foglia di lattuga, maiale con salsa di pollo e funghi. Io mangerò: zuppa di molluschi, misto di pesce (filetto di spigola, astice, cozze) con riso bollito. Insalata e dessert uguali per tutti e due. Ogni piatto viene presentato con grande cura, che quasi dispiace mangiarlo. E il tutto si rivelerà squisito.
Verso le 22 ci incamminiamo verso il tempio di Zohon-ji per assistere al rituale buddista di fine anno. Allo scoccare della mezzanotte i monaci e tutte le persone che si prenotano fanno rintoccare per 108 volte la grande campana posta di fronte al tempio. Ogni rintocco libera uno dei 108 desideri che affliggono l’umanità.

Il rituale buddhista di fine anno (Tempio di Zohon-Ji, Tokyo, 2002)
C’è molta folla nel cortile del tempio, bancarelle che vendono cibo di ogni tipo. Chi vuole può acquistare un palloncino e legare al filo un biglietto con su scritto un desiderio. Liberando il palloncino a mezzanotte il desiderio si avvererà (o ce se ne libererà per sempre, non è chiaro…) altri vendono dei fogliettini della fortuna, una specie di oroscopo casuale. Serena acquista un biglietto che le predice un’ottima fortuna
S: È in inglese, per questo lo capiamo. Se invece la fortuna è negativa basta legare il fogliettino ad un albero e il vento porterà via la cattiva fortuna.
F: Dietro al tempio spicca la sagoma della Tokyo Tower che assomiglia vagamente alla Torre Eiffel.
La folla festante è molto composta. Tutti sorridono, ma nessuno è scalmanato come da noi, tanto che, allo scoccare della mezzanotte, il massimo che si concedono è un breve urlo di gioia. Poi tornano tutti al loro silenzio sorridente. Giriamo un po’ tra la folla, poi rientriamo in albergo verso le due meno un quarto mentre la campana risuona ancora.
01 gennaio 2003 – Tokyo
F: Alla ricerca di una chiesa per la Messa di Capodanno. Dopo esserci smarriti nella zona della St. Mary Cathedral (quella famosissima, progettata da Kenzo Tange), arriviamo infine a Messa finita.

La St. Mary Cathedral di Kenzo Tange (Tokyo, 2003)
Fortunatamente un giapponese gentilissimo (of course) telefona, a sue spese, alla St. Ignatius Church per chiedere gli orari della Messa. Ce n’è una in inglese a mezzogiorno e una in spagnolo alle 13:30. Prima si andare alla St. Ignatius giriamo un po’ per il tempio buddista di Gogokuji (meno bello di quelli visti fin’ora).
Andiamo alla Messa in spagnolo.
S: Poveri cattolici giapponesi. Avevo letto che il Giappone è il fallimento delle missioni perché a causa delle caratteristiche di questo popolo, sembra che non abbiano bisogno dell’annuncio di salvezza cristiano. I pochi che diventano cristiani sono proprio soli! Notiamo che l’albero di Natale è decorato con gru, simbolo di lunga vita, fatte con la tecnica dell’origami e che i cristiani giapponesi stringono la mano, all’occidentale, mentre la tradizione dice di fare un inchino, più o meno profondo a seconda dell’importanza dell’interlocutore.
F: Ci facciamo un giro per la zona di Yotsuya, mangiamo ancora ramen (stavolta decisamente più buono di quello di ieri), poi decidiamo di farci un giro per la zona del porto, ma senza troppo successo perché ci perdiamo nei mille vicoletti della zona e fatichiamo non poco a trovare una stazione della metropolitana per tornarcene in albergo.
02 gennaio 2003 – Tokyo
F: Oggi è uno degli unici due giorni dell’anno in cui il Palazzo Imperiale è aperto ai visitatori, così ci mettiamo in fila…
S: …e quando mai?…
F: …con una folla di giapponesi che sventola bandierine.
Anche Serena ed io, dopo essere stati perquisiti a puntino, veniamo muniti di bandierina regolamentare, che poi scopriremo di dover riconsegnare all’uscita…
S: …sob!
F: Attraverso un lungo percorso a serpentina che si snoda lungo i bei giardini che circondano il palazzo arriviamo finalmente di fronte ad un’ala della loggia esterna (blindata e con i vetri antiproiettile ed oscurati) da cui, dopo qualche minuto si affaccia l’imperatore con tutta la famiglia.

Aspettando che l'imperatore si affacci... (Tokyo, 2003)

Eccolo eccolo!

E ora chi glielo dice a lui che deve riconsegnare la bandierina?
La folla inizia a sventolare le bandierine con grande effetto coreografico. Intorno, decine di poliziotti continuano ad impartire ordini (a noi incomprensibili) con il megafono. Veniamo quindi fatti sciamare verso l’uscita. Decidiamo di tornare verso la zona del porto e stavolta siamo più fortunati. Scendiamo alla stazione metro di Tsukiji. Visitiamo il tempio buddista (forse il meno bello di quelli visti finora, ma stavolta riusciamo a vedere un monaco che prega salmodiando in un effluvio di fumi di incenso e colpi di gong.
Pranziamo in uno spettacolare sushi restaurant vicino al mercato del pesce. Ci sediamo al lunghissimo bancone oltre il quale cinque o sei cuochi preparano dei piccolissimi bocconi di sushi che sono una gioia per gli occhi ed il palato.
Visita ai grandi magazzini Mitsukoshi. Una folla incredibile si aggira per i piani, contentissima di scialacquare yen per comprare delicatessen di ogni tipo, abiti griffati e accessori vari. La moda italiana regna. Mentre i giapponesi si fermano ai piani con gli stilisti italiani, noi italiani saliamo al piano dei kimono, dove trasecoliamo alla vista di quei capolavori di stoffa.
Verso sera cerchiamo un posto dove cenare. Avremmo voglia di tempura. Ci fermiamo in un posto piuttosto losco che sembra venderlo, quando ecco che la signora immerge i bei frittoni… nel brodo di tagliolini! Sembra impossibile evitare il ramen. Quello di stasera almeno ha il pregio di essere il migliore tra quelli mangiati finora.
03 gennaio 2003 – Tokyo
F: Dopo aver passato tutta la mattinata a cercare un bancomat funzionante che accetti carte di credito emesse all’estero, riusciamo finalmente a portare a termine un bel po’ di cose: imbucare le cartoline scritte finora (la sorte ha voluto che ci imbattessimo nell’unico ufficio postale dotato di distributore automatico di francobolli); acquistare i biglietti per il Narita Express che domani ci porterà all’aeroporto; raggiungere la zona di Ueno dove si trova il Tokyo National Museum. Nel frattempo ha cominciato a nevicare. Prima una neve leggera, poi sempre più grossa che già comincia a imbiancare le strade. Gli shrine e i templi di Ueno sono molto suggestivi sotto la neve.

Serena in un tempio di Ueno, mentre inizia a nevicare (Tokyo, 2003)
S: I poveri pennuti del laghetto devono nuotare in continuazione per evitare che l’acqua geli imprigionandoli!
F: Ne visitiamo uno particolarmente romantico in mezzo al lago.
Finalmente entriamo nel museo e ci incantiamo di fronte ai dipinti e alle statue così diversi dall’arte cui siamo abituati.
Allo shop del museo, l’acquisto di un catalogo di pittura e di una stampa ci dà diritto alla riffa. Vinciamo… un ingresso omaggio per il museo, che difficilmente riusciremo ad utilizzare.
Pranziamo al ristorante del museo che ormai sono le 4 e mezza del pomeriggio. Quando usciamo ha smesso di nevicare, ma fa molto freddo.
Facciamo un giro per i grandi magazzini della zona di Ueno, anche questi affollatissimi (io compro un paio di cuffie per ascoltare la musica “autoreggenti” che in Italia non mi sembra di aver visto). Poi torniamo in albergo sotto una pioggia continua. È l’ora di cena e fuori piove. Non abbiamo nessuna voglia di uscire, ma ci dispiace di saltare la cena proprio la sera prima della nostra partenza. Decidiamo di mangiare qualcosa al ristorante dell’albergo. Dopo esserci rivestiti un po’ di controvoglia scendiamo nella hall per scoprire che il ristorante è chiuso. Siamo costretti, nostro malgrado, ad affrontare questa serata piovosa. Ovviamente siamo senza ombrello e abbiamo lasciato in stanza il k-way. Ci incamminiamo lo stesso sotto l’acqua quando sentiamo alle nostre spalle dei passi di corsa. Ci giriamo, anche un po’ spaventati e scopriamo che si tratta dell’impiegato della reception che ci rincorre con due ombrelli. Lo ringraziamo e proseguiamo la nostra ricerca del ristorante, mentre lui se ne torna in albergo sotto la pioggia.
Purtroppo in tasca ci sono rimasti solo 400 yen. Siamo quindi costretti a cercare un ristorante aperto che accetti carte di credito. Non ci riusciamo. Investiamo così quei miseri 400 yen in un sacchetto di pizzelle salate e in una confezione di biscotti “chimici” al cioccolato in un 7Eleven vicino all’albergo.
04 gennaio 2003 – Tokyo
F: Oggi si torna a Roma
S: Sorvoliamo (e vediamo) la muraglia cinese. Che emozione!
F: Ed eccoci di nuovo a casa.
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