U.S.A. (Texas)

13 – 29 luglio 2011

Per il nostro ennesimo viaggio negli Stati Uniti ci dedichiamo a uno stato solo. E allora scegliamo quello dove tutto è grande. Il Texas.

Per mangiare una grande bistecca serve una grande sedia

13 luglio 2011 – Da Roma a San Antonio

F: Il viaggio di andata scorre senza imprevisti, ma arriviamo distrutti. Cominciamo a non avere più l’età? Volo di andata FCO-JFK in business. E fin qui tutto bene. Quello che ci taglia le gambe sono le quattro ore di attesa per il volo interno e le quattro ore del volo vero e proprio. Arriviamo a San Antonio alle 22 in stato confusionale, come da programma. Meno male che a bordo c’era il wifi e così in volo ho potuto prenotare l’hotel per le prossime due notti, noleggiare l’auto e perfino prenotare le 3 notti che prevediamo di passare nel Lodge interno al Big Bend National Park. Adesso non abbiamo scuse. Dobbiamo attraversare tutto il Texas e arrivarci.

14 luglio 2011 – San Antonio

F: Inevitabile risveglio all’alba. Ciondoliamo un po’ in stanza poi alle sette siamo già nella sala colazione affollata di militari in mimetica. Con lo shuttle bus dell’hotel raggiungiamo l’autonoleggio Hertz e dopo aver superato la parte più difficile di ogni viaggio – cioè dire di no a tutte gli optional che propone l’addetto al bancone – prendiamo possesso della nostra auto, che stavolta è una comoda Toyota bianca. Serena è subito alla guida e in pochi minuti siamo a Fort Alamo, teatro della storica battaglia di cui quest’anno ricorre il 175° anniversario.

Vi ricordate Davy Crockett?

F: Poi cominciamo una lunghissima passeggiata percorrendo tutto il riverwalk. Un posto davvero piacevole che a mano a mano che passa il tempo si riempie di turisti e di vita.

Il Riverwalk di San Antonio

F: Pranziamo in un ristorante messicano tra i tanti che si affacciano sul fiume. E ci troviamo coinvolti in una serenata mariachi.

S: “ci troviamo” non è proprio esatto. Quando sono arrivati i mariachi al tavolo non ho avuto il coraggio di dire “no grazie” e allora il cantante ha chiesto se volevamo una canzone romantica o una… boh non abbiamo capito e allora ho chiesto quella romantica. A quel punto hanno attaccato Rajito De Luna. Roba che a Roma non mi verrebbe mai in mente, ma in vacanza, dico io, uno ha il diritto di fare le scemenze da turista. Dopo di che il terzetto è andato a suonare il ballo del qua qua per gli ospiti che stavano dentro (!).

F: Poi comincia la visita delle antiche missioni che sorgono lungo il Mission Trail. Il problema è il caldo veramente soffocante che rende pesante anche il più piccolo spostamento, ma a parte questo la visita alle missioni vale la pena, sicuramente più di quella di Alamo.

Mission San José, lungo il Mission Trail

S: sono tutte missioni francescane. Provo ad immaginarmeli i frati a due a due nel vasto Texas a convertire gli indiani. Incredibile. Ed in un convento ci abitano ancora!

L'ingresso di una cella

F: Cominciamo con la più bella, Mission San Josè, poi scendiamo più a sud per l’ultima del percorso, Mission Espada. Quindi, risalendo, vediamo Mission San Juan e Mission Concepcion. Il caldo è tale che abbiamo visioni mistiche, però questi antichi edifici sperduti in questo assolato silenzio sono molto suggestivi. Nel pomeriggio rientriamo in hotel dopo aver comprato qualcosa per la cena in un food shop dalle parti dell’aeroporto.

15 luglio 2011 – Da San Antonio a Houston

F: Primo tragitto lungo di questo viaggio. Dopo aver lasciato l’holiday inn affrontiamo le tre ore e mezza di viaggio che separano San Antonio da Houston. La prima tappa è costituita dalla Rothko Chapel che si trova vicino al Museum District.

Federico di fronte all'ingresso della Rothko Chapel

S: Un posto pensato per pregare chi ti pare. Infatti ci sono a disposizione libri “spirituali” di tutti i generi. Dai Veda a Osho passando per la Bibbia. Tipico segno dei tempi.

F: Devo dire che francamente mi aspettavo di più considerando quanto mi piacciono le opere di questo pittore.

S: E neanche a me piace la scelta delle opere. Rothko ne ha fatti di molto più belli ed “ispiranti” se così si può dire.

F: Forse è la posizione del luogo – si tratta sostanzialmente di un quartiere residenziale – forse la scelta delle tele per le varie pareti, ma mi sembra che il luogo restituisca solo una piccola parte dell’emozione che le opere di Rothko sono in grado di dare. Visitiamo quindi il museo della collezione Melin, tappa non prevista dai nostri piani ma molto gradita. Davvero incredibile la qualità delle opere raccolte, dai pezzi di arte greca ed egizia alle icone di Rublev fino a grandi nomi dell’arte contemporanea.

S: Mi sarebbe piaciuto approfondire il modo in cui sono venuti in possesso dei pezzi di questa collezione così eterogenea.

F: È tempo di raggiungere il nostro motel a Webster altrimenti non faremo in tempo a visitare lo Space Center. Un po’ di difficoltà per trovare l’Oxford Inn che abbiamo prenotato ieri, poi quando arriviamo restiamo decisamente delusi: niente wifi (contrariamente a quanto promesso dal sito) e una stanza piuttosto malconcia. Pazienza. Ora è tempo di raggiungere il quartier generale della NASA. A parte la zona iniziale che ricorda molto un luna park, il resto della visita è davvero impressionante, a partire dalla storica sala di controllo usata fino a qualche anno fa. Dentro un hangar è conservato il gigantesco Saturn 5 del mitico atterraggio sulla luna.

Un piccolo passo per l'uomo, un grosso razzo dentro un hangar

S: Sono andati sulla luna con circa 200 Kb, da non crederci.

Serena con alle spalle i "potenti" computer che hanno spedito l'uomo sulla luna

F: Prima di uscire facciamo in tempo a visitare la ricostruzione di uno shuttle. Finalmente si mangia – oggi abbiamo saltato il pranzo – e capitiamo in un mexican bbq che di rivela una scelta azzeccata. Rientro al motel stanchi a puntino.

16 luglio 2011 – Da Houston a Fort Worth

F: Lasciandoci Webster alle spalle percorriamo un lungo tratto della I-45 in direzione nord per raggiungere Dallas. Il paesaggio è inaspettatamente verde. A rompere la monotonia interviene un piccolo contrattempo: si accende una spia “Maintenance Requested” sul cruscotto. Che fare? Decidiamo di far visitare l’auto al concessionario Hertz più vicino che fortunatamente si trova lungo la strada che stiamo facendo, a Waxahachie. Ci spiegano che si tratta solo di un avviso per il cambio dell’olio che si accende 2000 miglia prima del necessario (alla faccia…). Ripartiamo tranquilli. L’idea era quella di visitare oggi Dallas e domani Fort Worth ma visto che ormai siamo più vicini a quest’ultima preferiamo invertire le tappe. Raggiungiamo l’holiday inn dove passeremo le prossime due notti e poi ci tuffiamo subito nello Stockyard District, il “centro storico” di Fort Worth che sembra non aver mai superato la fase Far West. Ovviamente è tutto molto turistico ma ogni tanto spunta qualche barlume di autenticità.

La sobria insegna di un negozio di stivali da cowboy

F: L’idea è che il mito del cowboy sia ancora vissuto sinceramente da molti americani e non si capisce se gli stivali e i cappelli in vendita nei negozi siano souvenir per turisti o onesto abbigliamento autentico per la gente del posto. Pranziamo in una bisteccheria western poi lunga passeggiata nel caldo primo pomeriggio per la strada principale del District. Saloon, negozietti, locali con musica dal vivo. Visitiamo anche un museo del cowboy. Poi ci fermiamo a bere un tè freddo al Love Shack (che dovrebbe essere il local trendy di Fort Worth ma per quel che abbiamo visto sembra quasi un fast food a cielo aperto). Alle 16 in punto ci disponiamo al bordo del marciapiedi per assistere al passaggio di una mandria di mucche longhorn.

C'mon baby...

F: Poi torniamo in hotel per riposarci un po’. Alle 19 siamo di nuovo al District per assistere al nostro primo rodeo. Di nuovo quella sensazione di qualcosa che è a metà strada tra l’attrazione turistica e un evento autentico. Al coperto, nel Cowtown Coliseum, le gare vanno avanti per più di due ore tra canzoni country, retorica patriottica e soprattutto tori cavalcati, vitelli presi al lazo e cavalli lanciati in corsa tra barili. Sicuramente da vedere anche se dubito che ci tornerei una seconda volta.

Acchiappalo acchiappalo!

S: Io sì, magari in una cittadina meno turistica. Fare i rodeo è praticamente una disciplina sportiva con la possibilità di fare una discreta carriera. E poi mi piacerebbe l’atmosfera di una fiera con rodeo.

Bull riding (certo... col casco in testa so' boni tutti...)

F: Per cena una slice of pizza e poi in hotel a dormire.

S: Volevamo andare da Billy Bob’s ma c’era una fila notevole, era tardi e allora abbiamo ripiegato in una pizzeria. Le slice di pizza non erano male.

17 luglio 2011 – Fort Worth – Dallas – Fort Worth

F: La prima tappa di oggi è il Sixth Floor Museum dedicato a JFK e in particolare al suo assassinio. Sorge nell’ex deposito di libri da cui avrebbe sparato Lee Oswald. Come accade in questi casi fa davvero impressione trovarsi di persona in un luogo che si è visto così tante volte in televisione, al cinema e di cui si è letto nei libri.

Dallas, in prossimità della curva tra la Houston Street e la Elm Street

F: Appena arrivati veniamo “catturati” da una guida improvvisata che ci illustra tutta la teoria del complotto e poi chiede una lauta mancia. Poi visitiamo il museo vero e proprio, molto ben organizzato.

S: Ad un certo punto, nel museo, stavo guardando i filmati dell’omicidio, filmati d’epoca visti tantissime volte, all’improvviso mi sono voltata verso le finestre e mi sono resa conto, quasi con uno shock, di trovarmi proprio lì, davanti al posto che stavo vedendo in tv. È una cosa che mi ha scombussolato per un attimo perché non mi era mai successo.

F: Quindi usciamo per vedere il JFK memorial.

Il JFK Memorial

S: Non mi è piaciuto affatto. Dà un senso di soffocamento tombale, che è l’opposto di quello che il monumento vorrebbe dire.

F: Ci spostiamo verso l’Art District, ma prima di visitarlo andiamo a messa alla Cattedrale della Vergine di Guadalupe, che è in zona. Quindi visita della Nasher Gallery con il giardino esterno ricco di statue di artisti moderni e contemporanei (all’interno ci sono anche diverse opere di Giacometti e Medardo Rosso. Nel seminterrato alcune divertenti installazioni di Martin Creed: una stanza piena di palloncini in cui perdersi, una scala che suona quando si calpestano i gradini).

Il giardino della Nasher Gallery

F: L’Art District, con i suoi musei e i suoi teatri, è davvero bello. Dallas la si associa a una città di petrolieri e cowboy ma come accade anche per altre località texane ci sono oasi che dimostrano una grande attenzione per l’arte e per la cultura. A pranzo decidiamo di provare un ristorante vegetariano, il Cosmic Café di Oak Lawn Avenue, un po’ perché ci diverte fare un pranzo vegetariano nel paese delle bistecche, un po’ perché considerato il regime alimentare iperproteico che si segue inevitabilmente quando si viaggia negli USA un pranzo a base di sole verdure non può farci che bene. Il ristorante è piccolo ma accogliente, e gli spinaci al tofu buonissimi. Rientro a Fort Worth. In hotel per un lungo riposino pomeridiano. La sera torniamo allo Stockyard District per andare al leggendario Billy Bob’s. Purtroppo stasera il locale è semideserto. Ieri c’era musica dal vivo (ma noi eravamo al rodeo. O l’uno o l’altro). Ci facciamo comunque un giro, compriamo un cd di musica locale poi usciamo per andare a cena lì vicino.

18 luglio 2011 – Da Fort Worth ad Amarillo

F: La prima parte della giornata è occupata dalla lunga traversata verso nord. Sono circa sei le ore di guida che ci separano dalla prossima tappa mentre il paesaggio, abbandonati i trafficati svincoli autostradali intorno a Dallas, lascia spazio a sterminati campi di grano trebbiato e grandi pascoli.

Che ne sai tu di un campo di grano?

F: Verso l’ora di pranzo siamo al Palo Duro Canyon State Park al cui interno ci fermiamo anche per mangiare qualcosa. Il parco è bello ma sinceramente se non fosse di strada per Amarillo, dove dormiremo stanotte, direi che non ne varrebbe la pena.

S: Invece i panorami contadini dell’alto Texas a me sono piaciuti tanto. Gli appezzamenti di terra sono immensi. Mi piacerebbe vedere le mietitrebbiatrici in azione qui. Deve essere uno spettacolo impressionante.

Il secondo canyon degli Stati Uniti (pressoché sconosciuto)

 F: Dopo aver visitato il canyon raggiungiamo il Quality Inn di Amarillo e, tempo una mezz’ora di riposo, eccoci di nuovo in strada. La prima cosa che visitiamo è il pittoresco (qui l’aggettivo è lecito) Big Texan, il locale più folkloristico della città e probabilmente dell’intero stato. Facciate western, statue gigantesche di stivali e vitelli e, dentro, un saloon con tanto di tiro a segno.

Il Big Texan di Amarillo

S: E vedessi come sparano! Del resto una delle frasi che vediamo spesso in giro è “We don’t call 911″ e sotto si vede una pistola. Chi vuo’ capì…

F: Come a Fort Worth anche qui ho l’idea che la scenografia turistica nasconda qualcosa di autentico, come i tre anziani cowboy che chiacchieravano in una sala appartata mentre io e Serena bevevamo qualcosa al bancone. Ci spostiamo verso la 6th avenue per fare due passi lungo uno dei tratti storici della Route 66.

You are entering Route 66

F: Qui ceniamo al Golden Light Café, un locale che ha aperto nel 1946 e che da allora continua a servire chi viaggia lungo la strada madre. Nonostante il prestigio che gli deriva dalla storia questo locale ha mantenuto un’aria quanto mai dimessa e familiare. Rientriamo al motel.

19 luglio 2011 – Da Amarillo alle Carlsbad Caverns

F: Un’altra lunga mattinata di guida. Da Amarillo ci spostiamo vero Whites City in New Mexico che useremo come base per visitare le Carlsbad Caverns e le Guadalupe Mountains. La primissima tappa, però, è al Cadillac Ranch, il famoso appezzamento di terreno dove un miliardario del luogo ha conficcato dieci Cadillac. Una via di mezzo tra un’installazione di arte contemporanea e una pacchianeria senza senso, il posto ha una sua bellezza, anche se sono convinto che qualunque cosa esibita in un paesaggio tanto desolato e surreale esprimerebbe un certo fascino.

Cadillac Ranch

S: Intanto il campo un cui sono infilate è immenso e, finito quello, ci sono altri campi immensi intorno. E la statale.

F: Arriviamo a Whites City all’ora di pranzo e prendiamo possesso della nostra stanza al Rodeway Inn. Siamo a due passi dall’ingresso del Carlsbad Caverns National Park anche se il visitor center si trova sette miglia più in là. Lo raggiungiamo in auto e prenotiamo un tour guidato delle grotte. Facciamo in tempo a sgranocchiare qualcosa alla tavola calda del visitor center e poi, dopo aver indossato per la prima e probabilmente unica volta i giubbetti in questo viaggio, prendiamo il veloce ascensore che ci porta nelle fredde profondità delle Caverns. Non sono un grande appassionato di grotte ma devo dire che queste qui, non fosse altro che per l’estensione del percorso e le dimensioni di alcune formazioni, sono davvero impressionanti. Il tour guidato dura circa un’ora e mezza. Ma finito questo ci tratteniamo per un’altra ora e seguiamo un altro sentiero che si può percorrere senza guida.

S: Purtroppo non siamo riusciti a fare né riprese, né foto degne della bellezza delle caverne che secondo me sono le più belle che ho visto soprattutto per la vastità.

Le Carlsbad Caverns (purtroppo le foto non rendono)

F: Riemergiamo alla luce che sono le cinque del pomeriggio. Decidiamo di approfittare della piscina del motel, con tanto di toboga.

S: Che io per la prima – e penso ultima –  volta ho fatto.

F: La sera andiamo a cena nell’unico ristorante del luogo. Whites City è veramente piccola e tra l’altro non hanno ancora ottenuto la licenza municipale per vendere alcolici quindi dobbiamo mangiare i nostri tacos e pollo bevendo schifosissime bevande gassate e zuccherate.

S: Che fanno malissimo, altro che l’alcol! Quello almeno bevuto nel modo giusto fa addirittura bene, ma quelle fanno solo male.

20 luglio 2011 – Carlsbad Caverns – Guadalupe Mountains – Van Horn

F: La giornata inizia subito con un contrattempo. Lasciamo Whites City con il serbatoio quasi vuoto perché l’unico distributore non funziona. Siamo però convinti di riuscire a fare benzina al Guadalupe Mountains (e sì che quando avevo letto la guida avevo visto che non c’erano distributori in quell’area…). Arriviamo al parco e… niente distributori. Appunto. Così con un filo di benzina siamo costretti a tornare indietro a Whites City pregando di non rimanere a secco a metà strada. Alla fine riusciamo a risolvere grazie al commesso dell’unico shop di Whites City che è il factotum della cittadina e chiama al telefono il benzinaio, un novantenne che ormai va al lavoro quando ha voglia, per farsi spiegare come attivare il distributore. Dopo la pittoresca parentesi siamo finalmente pronti per visitare il Guadalupe Mountains National Park.

Guadalupe Mountains National Park, lungo il Nature Trail

F: Il primo sentiero che affrontiamo è il Nature Trail che parte dal McKittrick Canyon poi ci cimentiamo con il più impegnativo Smith Spring Trail dal Frijoles Ranch. Le escursioni sono belle e la cornice montuosa sullo sfondo è meravigliosa ma fa veramente caldo. Meno male che siamo ben equipaggiati con acqua e cappelli per proteggerci dal sole. Il pranzo è uno spuntino alla Smith Spring, che a luglio è quasi in secca ma almeno c’è un po’ d’ombra. Lasciamo il parco nel primo pomeriggio diretti verso Van Horn dove dormiremo stanotte.

El Capitan, uno dei profili più fotografati del Guadalupe

F: Purtroppo il Ramada che abbiamo prenotato è piuttosto squallido (in genere questa catena è una garanzia). Facciamo un po’ di spesa nel supermarket accanto al motel poi pomeriggio di completo relax e cena in camera.

Due item fondamentali di ogni viaggio in america: la caffettiera e il cestello del ghiaccio

21 luglio 2011 – Da Van Horn al Big Bend

F: Lasciatoci finalmente alle spalle lo squallido Ramada di Van Horn puntiamo a sud per raggiungere il Big Bend National Park. Attraversiamo Marfa dove vediamo le prime pattuglie della polizia di frontiera, poi raggiungiamo Presidio dove facciamo rifornimento di carburante e di cibo e bevande per i tre giorni che trascorreremo al Big Bend.

S: Temo che il nostro alloggio nel parco sia molto, molto, molto rustico. Federico mi rassicura dicendomi che per il prezzo che l’abbiamo pagato tanto squallido non può essere, ma io, memore del Kinabatangan Lodge, finché non vedo non credo.

F: Siamo pronti per percorrere la strada panoramica che collega Presidio a Lajitas costeggiando il confine con il Messico. Il paesaggio è incredibile: desertico e al tempo stesso ricco di arbusti per via dei rivoli che scorrono in molti punti (anche se in questa stagione i minori sono in secca). Pietre gigantesche, piccoli canyon, cactus e rocce striate si alternano nel panorama.

A un passo dal confine con il Messico

S: E io temo di vedere spuntare un narcotrafficante armato da dietro ogni cespuglio!

F: Arriviamo a Lajitas che non è una vera e propria cittadina ma più che altro un mini-villaggio turistico costruito nel nulla.

Lajitas, una ghost town deluxe

F: Qui mangiamo qualcosa per pranzo, unici clienti dell’unico ristorante peraltro pienamente in attività. Attraversiamo la ghost town di Terlingua e finalmente entriamo nel Big Bend National Park. Dobbiamo spingerci fino al centro per raggiungere la nostra stanza al Chisos Mountain Lodge. Sebbene questo sia forse il ventesimo parco nazionale americano che visitiamo è la prima volta che riusciamo a trovare posto in uno dei lodge interni. La stanza è meno spartana di quanto ci aspettassimo, ha anche una verandina indipendente e soprattutto siamo circondati dalle bellissime Chisos Mountains.

Il basin di Chisos Mountains nel cuore del Big Bend National Park

S: Spartano ma di buon livello. Fiuuuut!

F: Peccato che piova… La ranger al visitor center ci dice che era da settembre che non pioveva.

S: Ecco. Questo mi ricorda il Sinai. Ma da adesso mi faccio pagare. “Avete problemi di siccità? Chiamate Serena al 55-62-magadellapioggia”.

F: Ne approfittiamo per organizzare le prossime escursioni. Prenotiamo una gita in barca sul Rio Grande per domani mattina e controlliamo quali sentieri potremo fare. Con la macchina andiamo a visitare la regione orientale del parco: le hot springs, che purtroppo si rivelano solo una polla di fango (neanche calda) e poi il Boquilla Canyon. Rientriamo al lodge verso le otto di sera. Cena con zuppe di noodles fatte scaldando l’acqua con il bollitore per il caffè

S: La necessità aguzza l’ingengno…

F: E poi birra in veranda dove, a mano a mano che scende la notte, vengono a farci compagnia una puzzola e due piccole volpi…

S: …terrorizzate dalla puzzola.

22 luglio 2011 – Big Bend

F: Ci svegliamo presto perché alle 8 del mattino dobbiamo essere a Study Butte. Oggi infatti abbiamo prenotato una gita in barca sul Rio Grande con il Big Bend River Tours. In pratica siamo solo io e Serena su un canotto insieme a una guida seguiti da un altro canotto con un ragazza che sta facendo pratica per diventare guida anche lei, accompagnata dal suo ragazzo e da un altro istruttore. Sono tutti tipi molto ruspanti, con bandane e tatuaggi. Sono simpatici e l’atmosfera è molto familiare. La gita poi è davvero piacevole. Il Rio Grande è silenzioso, c’è un bel sole. La riva messicana del fiume è piena di mucche e cavalli che pascolano.

Serena pronta per ogni evenienza

Cavalli sulla riva messicana del Rio Grande

S: La nostra guida ci dice che i messicani che vivono lì, oltre a fare la fame da quando gli americani hanno chiuso la frontiera, hanno l’abitudine di lasciar pascolare liberamente le vacche. Queste, che ignorano la geopolitica, attraversano senza problemi il confine e vanno a pascolare nel parco facendo arrabbiare gli americani. Eh eh eh. Però mi sembra di aver capito che oltre ad arrabbiarsi non facciano molto altro. Non solo, fino a 10 anni fa le due comunità erano proprio integrate e i messicani non se la passavano male, poi è arrivato l’11 settembre e da allora tutto è cambiato. Anche Lajitas era un villaggio dove americani e messicani si incontravano e commerciavano. Poi è diventato un resort di lusso ed è vuoto. Morto. Le vacche sono magre, realmente e metaforicamente.

F: Vediamo anche un vaquero sulla parete di una montagna e molti aironi che volano da una sponda all’altra. Ci fermiamo a fare una colazione, compresa nel tour, in una caletta. Formaggio, frutta, crackers e burro d’arachidi. Arriviamo alla fine dell’itinerario che è passato da poco mezzogiorno. Riprendiamo la nostra auto e puntiamo dritti al Santa Elena Canyon Overlook, probabilmente il punto di osservazione più spettacolare di tutto il Big Bend.

Santa Elena Canyon

F: Ci sarebbe anche da fare un sentiero escursionistico ma il sole picchia forte e abbiamo finito le nostre scorte d’acqua, dunque è improponibile. Ci limitiamo a scattare qualche foto poi riprendiamo la strada per il Mountain Lodge fermandoci di tanto in tanto per fotografare i panorami che ci si aprono di fronte. Il resto del pomeriggio è dedicato al bucato, ormai necessario dopo dieci giorni di viaggio. Poi passeggiata nei dintorni del lodge e cena al ristorante annesso, forse il primo pasto sostanzioso che ci concediamo da quando siamo partiti. Tra l’altro assaggiamo anche un paio di vini prodotti in Texas, niente male.

23 luglio 2011 – Big Bend

F: Seconda giornata interamente dedicata al Big Bend. Il fatto di alloggiare direttamente nel parco ci permette di partire per le escursioni molto presto. E così facciamo. Alle sette e mezza del mattino siamo già lungo il Lost Mine Trail con scorta d’acqua, barrette energetiche, cappelli e creme solari e soprattutto pietre in tasca da lanciare contro eventuali bestie feroci di passaggio. Inutile dire che non ne incontreremo neanche una.

Uno degli spettacolari panorami che si vedono dal Lost Mine Trail

F: Uno dei visitatori che incrociamo sul sentiero, però, ci dirà di aver avvistato un orsacchiotto bruno. Ci fa vedere anche le foto sulla sua macchina fotografica. La cosa buffa è che il tipo era la terza volta che si faceva questo Trail per fotografare i leoni di montagna e invece non è riuscito a vedere che orsi. Animali a parte, il sentiero merita. È piuttosto impegnativo, tre ore di cammino, ma ha delle vedute davvero spettacolari sulla vallata circostante. Tra l’altro stamattina fa meno caldo di ieri e le ore di cammino si affrontano più piacevolmente. Pranzo pic-nic nell’area di fronte al lodge poi sonnellino pomeridiano e letture in relax. Riprendiamo le attività verso le sei del pomeriggio percorrendo il Basin Loop Trail, un breve sentiero di circa un’ora che parte dal lodge. Nulla di particolare. Cena sulla veranda della nostra stanza scaldando al microonde alcune cose che abbiamo comprato oggi allo store.

La Window View che si gode dal Basin Loop Trail

F: La sera, verso le 21, siamo all’anfiteatro accanto al campeggio per una visione delle stelle guidati da un ranger. Peccato che il cielo nuvoloso ce lo impedisca. Il ranger rimedia con una interessante “lezione”, con tanto di slide proiettate, sull’importanza dell’oscurità nei parchi naturali.

24 luglio 2011 – Dal Big Bend a Fort Davis

F: Lasciamo il Big Bend, che ci è piaciuto veramente molto, per raggiungere Fort Davis. Prima però tappa ad Alpine per la messa (avevamo controllato gli orari su internet e ce n’era una alle 10 alla chiesa cattolica di Our Lady Of Peace che si incastrava perfettamente nel nostro itinerario). Arriviamo a Fort Davis, all’hotel Limpia, un bellissimo bouquet hotel d’epoca (a prezzi tra l’altro economici). In attesa che la stanza sia pronta andiamo a mangiare un hamburger al drugstore accanto. Dopo pranzo, disfatte le valigie, siamo in marcia verso il McDonald Observatory. Visita guidata, interessante (forse un po’ lunga), ai due telescopi.

Uno degli osservatori del McDonald Observatory a Fort Davis (sembra C1P8)

S: Lezione numero 1: gli astronomi NON guardano nei telescopi, ma direttamente gli schermi dei computer dove i telescopi trasmettono i dati. Bleah. È finito tutto il romanticismo!

Così, al massimo, vedono un neon molto molto grande

F: Rientriamo in hotel nel tardo pomeriggio. Passeggiata serale tra i buffi negozietti di Fort Davis. In uno store fornitissimo troviamo buone cose da cucinare al microonde in stanza e ceniamo così. Dopo cena ci mettiamo sul patio, sulle sedie a dondolo, a bere birra e a chiacchierare.

Serena già pregusta la serata di relax in veranda

25 luglio 2011 – Da Fort Davis a Austin

F: Partenza alle 8 del mattino dall’hotel Limpia di Fort Davis. Abbiamo di fronte ben 7 ore di guida per raggiungere Austin ovvero l’ultima tappa del nostro viaggio in Texas. Spezziamo il lungo tragitto con alcune soste intermedie. In particolare ci fermiamo a Fredericksburg per pranzo. Verso le tre e mezza arriviamo finalmente a Austin, più precisamente al centralissimo motel La Quinta, dove alloggeremo per le prossime due notti, proprio di fronte allo State Capitol. Evidentemente non abbastanza stanchi usciamo subito diretti all’Harry Ransom Center. Grazie anche all’insistenza di Serena decido di approfittare del fatto che sono a Austin per vedere se è possibile visionare qualcuno dei manoscritti beckettiani conservati nella collezione della biblioteca del campus universitario.

Harry Ransom Center di Austin. Federico e Beckett

F: Raggiungiamo il center a piedi sotto un sole cocente, ma la sfacchinata è ripagata dal buon esito della missione: oggi no, ma domani potrò accedere a un paio di manoscritti.

S: Non vedo l’ora! (sob)

F: Già che siamo in giro visitiamo lo State Capitol. La cosa particolare è che si può entrare liberamente e, superati i controlli di sicurezza, si può girare senza problemi per le varie sale.

S: Tanto se c’è qualche problema loro lo risolvono subito, mica perdono tempo a chiamare il 911!

All'interno dello State Capitol di Austin

F: Sono le sei del pomeriggio quando rientriamo al motel, ma dopo un breve riposino eccoci di nuovo in strada per una passeggiata downtown. Visitiamo prima il fornitissimo negozio di dischi Waterloo Records, poi la libreria Books People, proprio di fronte e quindi vorremmo tuffarci nella rutilante vita notturna di Austin. Pare infatti che la capitale del Texas sia anche la capitale della musica dal vivo, che si suona in ogni angolo di strada e in ogni locale, perfino negozi. Però, sarà perché oggi è lunedì ovvero il giorno più morto della settimana, ma lungo la 6th Street, che dovrebbe essere il cuore pulsante della movida di Austin, troviamo un solo locale dove suonano live. Tra l’altro si tratta chiaramente di una band di studenti dilettanti e comunque il chiacchiericcio degli avventori del locale e così alto che la musica si sente a malapena. Vabbe’, riproveremo domani.

26 luglio 2011 – Austin

F: La giornata comincia con l’appuntamento con i manoscritti beckettiani all’Harry Ransom Center. Passo circa un’ora e mezza in compagnia del manoscritto inglese di Endgame e di quello di Waiting for Godot prendendo molti appunti. All’uscita mi ritrovo con Serena che nel frattempo è andata a fare un giro del campus.

S: Che, pur essendo fine luglio è ancora pieno di vita (e di scoiattoli).

F: Ci fermiamo da Starbucks per bere qualcosa di fresco poi rientriamo al motel. Dopo una breve pausa usciamo per andare a pranzo. Da un paio di giorni avevamo puntato un ristorante che fa cucina tipica della Lousiana ed è lì che andiamo, pasteggiando a base di gumbo e jambalaya. Tutto molto buono. Anche se per digerirlo sarà poi necessario un lungo riposo pomeridiano. Usciamo per una lunga passeggiata serale. Prima tappa la cattedrale (che però non è visitabile) poi raggiungiamo il lungolago giusto in tempo per assistere al quotidiano volo di pipistrelli dal ponte di Congress Avenue.

S: Meno male che i pipistrelli sono piccoli e volano subito nella direzione opposta alla nostra…

Il pennacchio nero sopra le fronde degli alberi a sinistra è la parte più avanzata di uno stormo di circa un milione e mezzo di pipistrelli...

F: Calato il sole di incamminiamo, come ieri sera, lungo la 6th Street. Stavolta sul lato giusto a giudicare dal numero di locali in attività e da una percentuale di musica dal vivo maggiore rispetto a quella di ieri sera. Beviamo qualcosa in un pub dove c’è un chitarrista molto bravo e impetuoso. Rientriamo al motel.

27 luglio 2011 – Da Austin a San Antonio

F: Oggi dobbiamo lasciare Austin per iniziare il lento rientro verso casa. Dal momento che non abbiamo particolare fretta decidiamo di tornare alla cattedrale, che finalmente riusciamo a visitare.

La cattedrale di Saint Mary che si riflette sulla facciata a vetri dell'edificio di fronte

F: Con calma lasciamo il La Quinta motel e ci dirigiamo verso Luling. Questa tappa avremmo voluto farla all’inizio del viaggio sulla strada per Houston ma poi avevamo visto che conveniva farla ora. Perché fermarsi in questa piccola e tutto sommato insignificante cittadina texana? Semplice, perché qui – a giudizio di molti esperti – si cucina il miglior barbecue del Texas. Il locale in questione è il City Market, celebre per la bontà della sua carne e per la rozzezza del servizio. In pratica il servizio non c’è: ci si mette in fila davanti all’affumicatoio, si ordina velocemente (i tipi al bancone non hanno molta pazienza) e si riceve quello che si è ordinato su un cartoccio. Non esistono piatti né posate né tovaglioli. Si mangia con le mani e ci si pulisce con la carta in cui è avvolta la carne. Una volta ricevuto il proprio pacchetto di ciccia ci si dirige a uno dei tavoli di legno e si consuma il pasto. La carne era strepitosa. Abbiamo preso un beef brisket (la punta di petto, immaginate una porchetta, ma di manzo anziché di suino) e una salsiccia.

S: Questa l’ho voluta io…

F: Su ogni tavolo c’è una boccetta con un’ottima salsina fatta in casa. Probabilmente si può anche bere qualcosa anche se noi non abbiamo capito come. Finito di mangiare abbiamo cercato di dissetarci in un bar poco distante. Purtroppo non vendevano birra. Abbiamo ripiegato su due frullati la cui preparazione ha impegnato a lungo la mamma, la zia e le due bambine che lavoravano nel bar.

S: E il frullato è schizzato abbondantemente fuori dal bicchiere.

F. Insomma: Luling è un posto veramente rustico. Non resta che riconsegnare l’auto. Ci facciamo l’ultima ora di guida fino a San Antonio, lasciamo l’auto alla Hertz e con lo shuttle bus raggiungiamo il Pear Tree Inn dell’aeroporto dove passeremo la notte in attesa del volo di domani mattina. Approfittiamo della piscina, poi del buffet. Questo hotel, infatti, dalle cinque e mezza alle sette mette a disposizione gratis birra, vino, bibite, patatine con salsa e hot dog. Noi in realtà ci limitiamo a bere qualcosa e a sgranocchiare due pop corn ma vediamo altri ospiti dell’hotel girare con piatti dove hanno accatastato hot dog e salsa chili. Ceniamo al Pappadeaux Seafood, che io credevo fosse un fast food un po’ squallido e invece si rivela essere un frequentatissimo e ottimo ristorante di specialità di pesce. La folla è tale che dobbiamo tornare una seconda volta (è a dieci minuti a piedi dal motel) prima di trovare posto.

28 luglio 2011 – Da San Antonio a New York…

F: Risveglio all’alba per prendere il volo Delta delle 7:15 da San Antonio a JFK. Tutto bene. Poi un po’ di ore di attesa in aeroporto e riusciamo a imbarcarci anche sul volo da JFK a Roma.

29 luglio 2011 – …a Roma

F: Notte in aereo. Arrivo a Roma.

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