Portogallo

25 dicembre 2011 – 1 gennaio 2012 – Pecore e querce da sughero. Siamo in Sardegna? No, siamo in Portogallo. Dove un po’ tutto è patrimonio dell’UNESCO.

Tramonto in Algarve (Cabo de Sao Vicente)

25 dicembre 2011 – Da Roma a Lisbona

F: Partiamo, come l’anno scorso, con il pranzo di Natale ancora sullo stomaco. Ma i voli semivuoti del 25 dicembre e la tranquillità dell’aeroporto di FCO in un pomeriggio così costituiscono un attrattiva alla quale è difficile resistere. Al check-in del volo TAP per Lisbona subito qualche problema. Non risultiamo inseriti in lista d’attesa. Io avevo fatto regolare richiesta via mail ma – forse per via del fatto che l’ho inviata ieri sera (il 24 dicembre…) – non è stata elaborata. Il contrattempo si risolve chiamando il cellulare di servizio di un ufficio TAP di Lisbona (!) gentilmente fornito dal call center della TAP. Tutto OK (a parte il fatto che il tipo al cellulare non ha capito bene il mio cognome, lo ha scritto male a sistema e abbiamo dovuto lavorare di fantasia al check-in per ritrovarlo). Volo abbastanza tranquillo. Arriviamo prima del previsto. Chissà perché mi ero fatto un film che il volo durava quattro ore, invece dopo due ore e mezza atterriamo. Con un taxi raggiungiamo l’Holiday Inn Express dell’aeroporto. Di cenare non se ne parla. Anzi. Un digiuno ci sta tutto.

S: La grande novità di quest’anno è la app che gestirà il budget. Abbiamo fissato un tot per ogni voce e proveremo a rispettare i limiti. Io, solita spendacciona di ricordini, ho deciso che la quota souvenir sarà di 50 euro e basta. Cascasse il mondo!

26 dicembre 2011 - Da Lisbona a Fatima passando per Sintra e Cabo da Roca

F: Partiamo subito a ritmo serrato. Alle sei del mattino siamo già svegli. Quindi colazione e, in anticipo sulla tabella di marcia, noleggio auto (una bella Citroen C3) e partenza alla volta di Sintra, dove arriviamo che sono appena le otto e mezza. L’ufficio informazioni e il Palacio Nacional sono ancora chiusi dunque ci imbarchiamo autonomamente in una lunga e impegnativa scarpinata dentro il Parque da Pena tra alte querce e massi di granito ricoperti di muschio.

Verso il castello

F: Un bello shock fisico dopo le mollezze delle feste. La giornata, poi, è meravigliosa. Arriviamo alle mura del Castelo dos Mouros e qui il guardiano ci dice qualcosa in portoghese stretto. Non capiamo esattamente cosa ma il senso è che non possiamo entrare ora. Siccome dopo non avremo voglia di risalire fin quassù e siccome del castello sono rimaste solo le rovine, che abbiamo visto da fuori, riteniamo conclusa in modo soddisfacente questa parte della visita. Riscendiamo a valle e visitiamo il Palacio Nacional. Bello e strano, con le sale decorate da volte fantasiose.

«Por bem» (a fin di bene) disse il re sorpreso a baciare una dama di corte...

F: Vale la pena visitarlo solo per vedere le maestose cucine reali alla fine del tour, con i fuochi, i grandi spiedi e le gigantesche pignatte. Sembra la cucina di una famiglia dei giganti, sormontata dai due altissimi comignoli bianchi che sono la prima cosa che si vede arrivando a Sintra. Riprendiamo l’auto e ci addentriamo nei boschi a sud. La prima tappa è l’incredibile Convento dos Capuchos, della metà del 500. Se prima abbiamo visto la cucina dei giganti questa è la casetta dei sette nani. Qui infatti le cellette sono piccolissime e hanno le ante e gli stipiti ricoperti di sughero. Sembra di stare veramente dentro una fiaba.

S: finalmente un posto alla mia altezza :-)

Minicelle di miniconventi

F: E di nuovo una scenografia da fiaba, anche se un po’ esagerata, la troviamo nell’eccessivo Palacio Nacional da Pena fatto costruire da un qualche Sassonia-Coburgo a metà dell’800. Fusione di stili, cupole a cipolla, decorazioni alla Gaudì, scale e torrette che si intrecciano. Tutto molto kitsch e sostanzialmente ingiustificato…

S: (io direi lisergico ante litteram)

Castles in the sky with diamonds

F: … ma in fondo divertente da vedere, considerando anche che il castello si trova all’interno di un parco incantevole. Siamo stanchi e affamati ma decidiamo di fare un ultimo sforzo prima di pranzo e raggiungere Cabo da Roca, punta estrema occidentale del continente.

Il promontorio di Cabo da Roca, estremità occidentale d'Europa

F: Qui ci godiamo la vista del meraviglioso promontorio dominato dal faro. Serena insiste anche per farsi rilasciare il certificato che attesta di aver raggiunto questo punto estremo.

S: il suddetto – indispensabile – certificato sembra scritto per veri fan di Star Trek (tipo me) e recita: “Certifico che Fedezico e Sezena (le r sembrano z, Ndr.) esteve no Cabo da Roca, Sintra, Portugal, o ponto mais Ocidental do Continente Europeu, “onde a terra se acaba e o mar começa” e onde palpita o Espirito da Fé e da Aventura que levou os Caravelas do Portugal em busca de novos mundos para o mundo” (a questo punto canticchiate l’inizio della sigla di Star Trek).

Il certificato attesta che FedeZico e SeZena (chiunque essi siano) hanno raggiunto l'estremità occidentale dell'Europa

F: Pranziamo (o meglio facciamo merenda vista l’ora) nell’unico ristorantino sulle scogliere. Un posto abbastanza anonimo ma buono. Mangiamo una mariscada e due polpettine di baccalà. Il tutto, complice forse anche la fame, ci sembra davvero ottimo. Con un paio d’ore di guida, mentre il sole tramonta, raggiungiamo Fatima. Arriviamo che è ormai buio. Facciamo comunque un giro. Abbiamo l’hotel a due passi dal Santuario. La chiesa nuova è già chiusa ma riusciamo comunque a vedere la Cappellina delle apparizioni e il Santuario. Passeggiata poi per la via centrale mentre i negozietti stanno chiudendo.

S: L’ho già detto che il budget ricordini è di 50 euro? Sob.

F: Ceniamo in un piccolo locale, più che altro per passare un po’ il tempo. Di nuovo pesce. Io assaggio il celebre baccalau locale, che è anche buono ma ti fa passare la voglia per la quantità di spine. Invece i vini bianchi portoghesi meritano eccome.

27 dicembre 2011 – Fatima (con una puntatina ad Alcobaça)

F: Dopo la colazione in hotel torniamo a visitare con un po’ di calma i luoghi visti al volo ieri. Intanto entriamo nella chiesa nuova la cui esigenza di ospitare grandi masse di fedeli è andata tutta a scapito dell’estetica.

S: No, no. È proprio brutta.

Fatima. La chiesa nuova (brutta)

F: Poi torniamo a vedere la Cappellina soffermandoci di più a contemplare l’elce dove i pastorelli pregavano in attesa dell’apparizione di Maria.

Fatima. La Cappellina delle Apparizioni (a sinistra), con dietro l'elce grande e, al centro, la chiesa vecchia (quella bella)

S: L’albero su cui appariva Maria non c’è più. Si trovava dove ora c’è la colonna su cui si trova la statua di Maria, davanti alla cappellina. Capirai una foglia uno, una foglia l’altro… l’elce è finito. No, veramente, se lo sono portato via pezzo a pezzo i pellegrini.

F: Quindi prendiamo l’auto e ci rechiamo al vicino paese di Aljustrel dove si trovano le abitazioni dei tre pastorelli, un piccolo museo delle tradizioni locali e il campo dell’apparizione dell’angelo. Sarà che c’è poca gente in giro, sarà perché il luogo è davvero bello, con il sole splendente sugli ulivi e sulle querce, ma questa visita di oggi ci piace particolarmente e ci rasserena proprio.

Aljustrel. Casa di Francisco e Jacinta.

S: Io ci ho visto molte somiglianze con la Nazaret al tempo di Gesù. Gli abitanti erano quelli (25 famiglie), le case, le abitudini di vita, i lavori quotidiani, tutto molto simile nonostante i 19 secoli di differenza.

F: Visto che è presto decidiamo di andare a visitare anche il monastero di Alcobaça, a circa 50 minuti di macchina da qui. Leggendo la guida ci aveva affascinato l’incredibile storia d’amore tra dom Pedro e dona Ines de Castro e la storia delle due tombe che si fronteggiano in attesa della fine dei tempi.

Monastero di Alcobaça. Até ao fim do mundo ("FIno alla fine del mondo")

F: Senza contare che al di là di questo, il monastero in sé merita una visita, con il bel chiostro punteggiato di aranci e l’incredibile cucina interna. Vedere le cucine del monastero, appunto, ci mette appetito. Così andiamo a pranzo in una cafeteria lì vicino dove mangiamo una confortante zuppa di verdure e il tipico frango na pucara, pollo cotto in umido in un alto coccio insieme a salsiccia, cipolla e funghi. Assaggiamo anche una birra portoghese, la Sagres, che a Serena piace molto. Rientriamo a Fatima per un riposino pomeridiano. Alle cinque siamo di nuovo alla Cappellina per la messa (in italiano). Poi breve passeggiatina in attesa che inizi il Rosario. Ma dobbiamo aspettare il termine della messa al santuario per riuscire a farci benedire i piccoli oggetti religiosi comprati qui. Torniamo in hotel senza cenare (siamo ancora sazi del pranzo).

S: La caccia alla benedizione del ricordino è uno sport molto divertente. Si svolge soprattutto nei santuari. A Fatima erano molto organizzati. Numerose bacheche riportavano l’avviso che le benedizioni dei ricordini c’erano dopo le Messe ed i rosari principali (quelli in portoghese “gestiti” dai sacerdoti del luogo insomma). Per un credente non basta aver comprato il ricordino religioso, questo deve essere anche benedetto (la benedizione è un Sacramentale) nel luogo perché così l’oggetto porterà con sé un po’ della santità del luogo stesso. Un rosario lo si può comprare ovunque e può essere fabbricato ovunque. Un rosario benedetto a Fatima “è” il rosario di Fatima. Insomma partecipiamo al rosario in portoghese nella cappellina (cosa fondamentale da fare a Fatima, sennò che ci sei andato a fare, il turista?)… e niente. Il sacerdote se ne va senza un accenno di benedizione. Io e Fede ci guardiamo perplessi. Saranno benedetti i nostri ricordini? Mah! Allora decidiamo di andare alla Messa in portoghese che era iniziata da un po’ nella chiesa vecchia. Dopo la Comunione, finalmente il sacerdote dice – in tre lingue, per essere sicuro di essere compreso da tutti e di non essere inseguito dopo la Messa da qualche pellegrino insicuro – che avrebbe benedetto gli oggetti religiosi presenti in chiesa. Allora tutti hanno hanno tirato fuori le loro bustine (cosa del tutto superflua visto che Dio ci vede benissimo anche attraverso le borse, ma tant’è…) e finalmente la missione è stata compiuta!

28 dicembre 2011 – Da Fatima a Coimbra

F: Lasciamo Fatima alla volta di Coimbra. Per raggiungere il capoluogo della regione centrale del Portogallo decidiamo di non passare per l’autostrada ma di percorrere le strade interne. In questo modo ci mettiamo un po’ di più ma possiamo così goderci il bel paesaggio boscoso tipico di questa zona. Arriviamo all’hotel Oslo di Coimbra che sono appena le dieci del mattino.

S: Il suddetto hotel non è in un paesaggio boscoso, ma in mezzo ad un incrocio trafficatissimo…

F: Lasciamo l’auto nel garage di fronte, gratuito per i clienti dell’hotel, e cominciamo il nostro giro cittadino. È una bella giornata ma fa freddo. La prima tappa è costituita dalla meravigliosa Università Vecchia.

Coimbra, l'università vecchia.

F: Oltre ad alcune sale addobbate e alla Cappella di San Michele è l’antica biblioteca il vero spettacolo offerto da questo posto. Oltre duecentomila volumi ordinati negli scaffali che arrivano fino al soffitto. Pare che nelle volte della biblioteca alloggi anche una piccola colonia di pipistrelli con la precisa funzione di mangiare gli insetti pericolosi per la carta. Il problema delle deiezioni dei volatili è risolto stendendo vaste coltri di cuoio sugli scaffali ogni sera. A me sembra un metodo molto macchinoso ma se dopo tutti questi secoli i volumi sono ancora in buone condizioni vuol dire che funziona.

S: Acchiappiamo una coppia di questi simpatici chirotteri e portiamocela a casa!

F: Usciti dal paradiso per bibliofili visitiamo le due cattedrali, la vecchia e la nuova, entrambe alle spalle della città universitaria e a pochi metri l’una dall’altra. Un ragazzo del luogo ci ferma per darci un volantino di un locale di fado e quando gli diciamo che a noi il fado non piace ci guarda con grande tristezza e stupore. Scendiamo, avvicinandoci di nuovo al Montejo, il fiume che attraversa Coimbra…

S: No, scusate, time out. Ci deve essere stato uno scambio di fiumi alla nascita, perché non è spiegabile che una cittadina piccola e poco importante (con tutto il rispetto) come Coimbra abbia un fiume larghissimo e Roma – dico Roma! – abbia un fiumiciattolo largo da qui a lì come il Tevere! No prego, Federico, continua pure.

F: … e ci fermiamo a visitare la torre dell’Almedina con tanto di plastico cittadino multimediale. Arriviamo a piazza del commercio dove mangiamo in un ristorantino all’aperto. In realtà noi, che volevamo solo un panino e una birra, ci eravamo seduti lì perché pensavamo fosse un bar. Quando abbiamo visto i menù abbiamo capito che era un ristorante vero e proprio. Allora ho approfittato per assaggiare un’altra specialità locale, il cabrito (capretto in umido con verdure e patate).

S: Povero capretto! Mostro!

F: Molto buono, saporito e selvatico. Serena invece ha preso la sogliola.

S: La sogliola non è poverina. Così come non lo sono il pollo, la mucca ed il maiale. Vitelli, agnelli e cuccioli vari invece sono poverini e non si mangiano.

F: Concluso il rito del pranzo e dopo essere ripassati all’hotel per prendere possesso della stanza (stamattina alle dieci, quando siamo arrivati, ovviamente non era pronta), eccoci di nuovo in strada. Raggiungiamo prima il monastero di Santa Teresa, dove ha vissuto Suor Lucia di Fatima per molti anni

S: Ma niente visita ai ricordi di sr. Lucia: il memoriale era chiuso. Bis con Alba de Tormes l’anno scorso. Le carmelitane ce l’hanno con me? No, no, no, no, aspetta aspetta aspetta… Facendo il giro arriviamo alla chiesa e troviamo “per caso” una carmelitana che aveva aperto la porta prima dell’ora ufficiale di apertura perché stava parlando con una persona. Le chiediamo spiegazioni, lei conferma la chiusura del memoriale, ci dice che la chiesa è chiusa per altri venti minuti. Alle nostre facce sconfortate ci fa entrare in chiesa dove sentiamo le suore che recitano l’Ora Media e poi all’uscita ci regala un bel mazzetto di immaginette di suor Lucia. Pace fatta con le carmelitane.

F: Poi ci affacciamo al Belvedere poco distante, il Penedo da Saudade. Quindi, in macchina, oltrepassiamo il fiume e raggiungiamo la parte occidentale della città dove visitiamo i due conventi di Santa Chiara (in realtà quello più vecchio, risalente al 1200, lo vediamo solo dall’esterno, un po’ perché sono solo rovine e dentro non c’è nulla da vedere un po’ perché l’accesso è labirintico e non riusciamo a trovare l’entrata…) e il bellissimo parco Quintas das Lagrimas.

Vestigia finto-medievali nel parco di Quintas Das Lagrimas

F: Il giardino fa in realtà parte di un hotel che ha adottato lo stesso nome e una parte di esso è stata destinata a campo da golf. Ma nel resto, visitabile anche da chi non è ospite dell’hotel, trovano posto rovine medievali, alberi esotici e fontane. E soprattutto qui ha avuto luogo l’assassinio di donna Ines de Castro, che avevamo già incontrato ad Alcobaça. Decidiamo di essere sufficientemente stanchi e torniamo in hotel. Prenotiamo via internet tutte le prossime tappe, compresa l’ultima notte a Lisbona. L’idea – a questo punto – sarebbe quella di non cenare e limitarsi a bere qualcosa al bar panoramico dell’ultimo piano dell’hotel. Il bar è effettivamente panoramico ma è soprattutto chiuso. C’è scritto che apre alle 20.30 e sono già le nove meno un quarto, dunque: o si tratta della proverbiale lentezza portoghese o oggi il bar non apre. Nel dubbio decidiamo di andarci a mangiare una pizza in un ristorante accanto all’hotel.

29 dicembre 2011 – Da Coimbra a Evora (passando per il sito megalitico di Almendres)

F: Ci svegliamo all’alba dopo una notte piuttosto agitata. Nonostante i doppi vetri, infatti, il rumore del traffico si sentiva eccome. Dopo la colazione lasciamo l’hotel. Stavolta decidiamo di prendere l’autostrada per percorrere la distanza che ci separa dalla prossima tappa. Evora infatti dista circa 300 chilometri da Coimbra e se ce li facciamo tutti in provinciale arriviamo dopodomani. Il paesaggio è piacevole anche stavolta. Addentrandosi nell’Alentejo lo scenario diventa sempre più verde e si infittiscono le querce da sughero. A pochi chilometri da Evora facciamo una piccola deviazione per visitare il sito megalitico di Almendes: un menhir sperduto tra pascoli di capre e un cromlech. Tutto molto suggestivo e bucolico.

S: Molto Asterix e Obelix più che altro…

Il cromlech di Almendres

Serena: «Ma come crescono in fretta questi menhir!»

F: Finalmente arriviamo a Evora. La espugnamo quasi visto che non vedendo i cartelli di divieto entriamo con l’automobile nel labirintico centro storico medievale. Il portiere dell’hotel Riviera, dove alloggeremo stanotte, dopo un momento di sbalordimento per quello che abbiamo appena fatto ci indica la via più veloce per raggiungere gli stalli riservati agli ospiti dell’albergo. Per il pranzo ce la caviamo con un panino (stavolta ci riusciamo) in una cafeteria proprio di fronte all’hotel. Poi, visto che tanto ora è tutto chiuso, rientriamo nella nostra camera per un riposino. Alle 15 partiamo ufficialmente per il tour della città. La prima tappa è la ricchissima cattedrale della quale visitiamo anche il museo colmo di reliquie e il tetto (che è a forma di tetto, come al Duomo di Milano, nel senso che su non c’è una terrazza, ma il costolone centrale da cui si dipartono i due lati in discesa), nonché l’inevitabile chiostro, che però a me sembra il meno bello tra quelli visti fino ad ora.

S: Altra fregatura. Io ho trascinato fin qui Federico con il bieco scopo di vedere il famoso reliquiario con la ancora più famosa reliquia della Santa Croce. E siccome le cattive intenzioni vengono punite, il suddetto reliquiario con la suddetta reliquia è in restauro. Uffa!

F: Passando per piazza de Giraldo

S: Che pare fosse quella in cui bruciavano gli eretici. Passando vediamo che dei signori hanno acceso un gran fuoco. A scanso di pericoli io ripasso il Credo.

F: Raggiungiamo la chiesa di San Francesco. Qui visitiamo l’incredibile cappella delle ossa, una costruzione del 500 le cui pareti sono rivestite interamente di ossa e teschi prelevati dal cimitero del luogo. Non sappiamo se essere più stupiti dalla natura del luogo o dalla naturalezza con cui le famiglie con bambini si aggirano qui, neanche fossero a disneyland.

S: Diciamo che se deve essere un memento mori le ossa non devono far parte della decorazione del muro perché devono essere protagoniste della riflessione. Insomma tutto questo lavoro (i francescani disseppellirono molti morti all’epoca) per un risultato secondo noi diverso da quello voluto.

Vestigia romane a Evora

F: Risaliamo il centro storico fino alle vestigia romane che di trovano nei pressi delle antiche mura cittadine, sul lato nord est. È un posto veramente bello, complice anche il tramonto che sta cominciando a colorare il cielo.

S: Infatti facciamo delle foto-spettacolo.

Tramonto su Evora

F: Cominciamo a passeggiare più o meno senza meta per il centro storico arrivando fino a Largo da Porta de Moura e alla vicina chiesa do Carmo. Da lì un giro abbastanza assurdo per arrivare alla chiesa de Nossa Senora da Graça, che però è chiusa. Breve sosta in hotel poi usciamo per la cena. Senza allontanarci troppo dall’hotel ceniamo al ristorante Pickwick che nonostante il nome dickensiano propone cucina regionale tipica. Io infatti prendo il maiale con le vongole che avevo già mangiato all’epoca del mio primissimo viaggio in Portogallo, venti anni fa. Serena invece assaggia la zuppa di pane alentejana.

S: Tipo acqua cotta, molto molto buona.

30 dicembre 2011 – Da Evora a Sagres

F: Dopo una serie di tappe di interesse storico e culturale, la giornata di oggi è tutta dedicata alle bellezze della natura. Attraversiamo tutto il basso Alentejo fino a raggiungere l’Algarve e in particolare Sagres, dove alloggeremo stanotte, una delle cittadine balneari più battute durante la stagione estiva che offre comunque mete interessanti anche d’inverno. La nostra stanza alla Casa Azul non è ancora pronta, quindi – visto che è l’ora di pranzo – ci fermiamo a mangiare qualcosa al porto di Baleeria (inutile dire che vorremmo un panino ma non ne fanno. Ripieghiamo su un’insalata di polpo, io, e su un hamburger al piatto, Serena). Il pranzo viene smaltito grazie alla lunga camminata che facciamo dapprima sui promontori circostanti il porto e poi lungo lo sperone di Fortaleza. La fortezza in sé è trascurabile ma la passeggiata che si apre alle sue spalle merita.

Sagres. La fortaleza.

F: Da qui si vede benissimo Cabo de Sao Vicente dove contiamo di andare più tardi.

S: Dove pare sia fondamentale guardare il tramonto. Faccio notare che sia qui che in altri punti di Sagres che abbiamo visto si vede bene il mare verso occidente e che l’acqua ed il sole sono uguali anche a pochi chilometri di distanza. Vengo tacitata al grido di “non si contraddice la guida turistica!”. Per carità!

F: Ripassiamo in hotel per prendere possesso della nostra stanza. Questo hotel è nuovissimo e ogni stanza è caratterizzata da un colore. La nostra è lilla ed è davvero carina.

S: Noto la cura dei particolari, tanto che decido di chiedere alla proprietaria di chi è il progetto dell’albergo e lei mi risponde che è suo e di suo marito che lavora lì con lei. Sono architetti, ma siccome non c’è lavoro e loro devono pur mangiare hanno deciso di aprire un albergo. Come albergatori sono bravi, ma come architetti sono ancora meglio.

F: Ci riposiamo mezz’oretta e poi riprendiamo l’auto fino a Cabo de Sao Vicente per ammirare il tramonto. Bisogna dire che ne vale davvero la pena. Nonostante il vento freddo e la durezza puntuta degli scogli sui cui siamo seduti lo spettacolo è di quelli imperdibili.

L'unico vero tramonto D.O.C.G. (Destinazione Obbligatoria Consigliata dalla Guida)

F: Poco dopo le cinque e mezza del pomeriggio il disco del sole si è già immerso alla sinistra del severo sperone su cui sorge il faro. Restiamo ancora un po’, nonostante il vento freddo etc., fino a quando non appare il puntino luminosissimo di Venere sopra il bagliore rosa dell’orizzonte. A quel punto decidiamo di essere soddisfatti e torniamo in hotel.

S: da cui si ammirano le ultime propaggini del tramonto dietro la fortaleza

Lo stesso tramonto visto dalla nostra stanza (ma non ditelo alla guida...)

F: Ceniamo in un ristorantino poco distante, continuando la nostra esplorazione della cucina locale. Stasera infatti assaggiamo la cataplana, una sorta di paella con le patate bollite al posto del riso. In particolare prendiamo una cataplana de marisco e dunque dobbiamo impegnarci non poco con tutto il set da chirurgo per spolpare chele e carapaci di granchio. Alla fine ne usciamo vincitori.

31 dicembre 2011 – Da Sagres a Lisbona

F: Ennesima notte movimentata. Pare che nonostante fuori faccia freddo la gente non perda occasione di chiacchierare sotto le finestre. Riusciamo comunque a svegliarci alle sette e mezza. Colazione e poi via in auto verso Lisbona. Come da tradizione, l’ultimo giorno di ogni viaggio è anche il peggiore. Il primo contrattempo si verifica alla riconsegna dell’auto alla Hertz dove un impiegato troppo zelante sostiene che un graffietto sul paraurti anteriore sia un danno da addebitarci. Il graffietto effettivamente c’è (nel parcheggiare l’auto durante uno degli spostamenti del primo giorno avevo toccato un muretto) ma se penso alle condizioni in cui riconsegnamo le auto alla fine dei nostri lunghi on the road negli Stati Uniti senza che quelli dell’Avis battano ciglio mi sembra veramente assurdo che venga sollevata una questione per un segnetto sul parafango. Comunque è inutile mettersi a discutere in inglese con un portoghese. Firmiamo il verbale e ci auguriamo solo che il conto non sia troppo salato. Dall’autonoleggio allo Sheraton in taxi. Già, per l’ultima notte di viaggio abbiamo deciso di concederci una botta di lusso. E in effetti la nostra stanza al 19° piano con bagno spettacolare e vista meravigliosa su Lisbona ci tira su il morale dopo il contrattempo dell’autonoleggio. Alle tre del pomeriggio siamo di nuovo in strada per raggiungere la chiesa di San Rocco. Avevamo preso informazioni via internet e avevamo visto che in questa chiesa, oggi alle 17, eseguivano il Te Deum e, a seguire, una cantata di Bach. Ingresso gratuito. Puntuali eccoci in fila per entrare, quando intravedo un biglietto tra le mani della signora in fila davanti a noi. «Ma, scusi, l’ingresso non è gratuito?». «Sì ma bisogna comunque fare un biglietto. Il numero dei posti è limitato». «Ah, e dove si fanno i biglietti?». «Non ci sono più biglietti. Sono tutti esauriti».  E così ecco un altro contrattempo. Svanita l’ipotesi del concerto di fine anno ci imbarchiamo in una lunga passeggiata per il centro di Lisbona.

Un pescatore di Lisbona. Starà cercando anche lui di procacciarsi la cena?

No, non è Piazza Italia a Trieste. E' Piazza del Commercio a Lisbona.

F: Arriviamo fino a Praça do Comerčo per poi risalire attraverso Praça dom Pedro IV, Praça dos Restauradores e Avenida de Liberdade tornando al nostro hotel. Nel frattempo ci siamo procacciati qualcosa da mangiare in un supermercato. Come da tradizione, infatti, anche quest’anno lasceremo ad altri i festeggiamenti in strada e nei veglioni e ce ne staremo in pace nella nostra stanza. Tra l’altro, vista la stanza, sarebbe davvero assurdo non sfruttarla.

S: Io sono molto agitata per via della macchina.

1° gennaio 2012 – Da Lisbona a Roma

F: Ci svegliamo abbastanza presto e decidiamo di tentare la fortuna e vedere se riusciamo a beccare una messa nella chiesa vicino all’hotel. La becchiamo. Arriviamo alla chiesa di São Sebastião da Pedreira verso le nove meno un quarto e c’è la messa alle nove. Incredibile. Tra l’altro questa chiesa è un vero gioiello, in perfette condizioni e riccamente decorata all’interno.

S: Bellissima, bellissima, bellissima.

F: Dopo la messa purtroppo resta poco altro da fare. Torniamo nella nostra stanza per un’oretta, poi non resta altro che fare la valigia e prendere la via dell’aeroporto. Nuovo contrattempo con la TAP. Ieri avevo telefonato dall’hotel per fare il listing ed era andato tutto OK. Oggi al check-in dicono che ci sono problemi con i biglietti, che vanno fixati in biglietteria. E vabbe’, andiamo. Dopo il fix siamo pronti per partire. Alle 18.00 siamo a Roma.

S: Anche la nostra fedele Matiz, che avevamo lasciato a se stessa vicino alla stazione del trenino, c’è ancora e con essa ci dirigiamo felici e contenti verso casa.

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